Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/376

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368 gl’ingannati


Fabrizio. Ecco l’altro rosto fresco.

Gherardo. Orsú! Non v’è onore esser visti ragionar fuore in questo abito. Entrate vene in casa. Pasquella, apre l’uscio.

Virginio. Entra, figliuola mia.

Fabrizio. Cotesto non farò io.

Gherardo. Perché?

Fabrizio. Perché non voglio entrar per le case d’altri.

Gherardo. Costei sará una Penelope, beato a me!

Virginio. Non diss’io che la mia figliuola era bella e buona?

Gherardo. L’abito ’l mostra.

Virginio. Ti vo’ dir solamente una parola.

Fabrizio. Ditela di fuore.

Gherardo. Eh che non sta bene! Questa casa è la tua; tu hai da esser la mia moglie.

Fabrizio. Che moglie? Vecchio bugia... bugiardo!

Gherardo. Tuo padre mi t’ha pur promessa.

Fabrizio. Che pensate ch’io sia forse qualche bagascia che si faccia, ch?...

Virginio. Orsú! Non la far corrucciar. Odi, figliuola mia. Io non vo’ far se non quel tanto che tu vorrai.

Fabrizio. Eh, vecchio! Mi conoscete male.

Virginio. Ode una parola qui dentro.

Fabrizio. Dieci, non tanto una: ho forse paura di voi?

Virginio. Gherardo, ora che voi l’avete qui drento, ordiniamo di serrarla in camara con tua figliuola fino a tanto che si rimanda pei suoi panni.

Gherardo. Ciò che tu vuoi, Virginio. Pasquella, porta la chiave della camera da basso e chiama Isabella che venga giú.