Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/379

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atto quarto 371


Pedante. Vogliam far poche parole; e farai bene. Tornatene a l’ostaria ed abbi cura alle robbe del padrone. Poi faremo conto insieme.

Stragualcia. AlPostaria tornarò io volentieri e conto farò io a vostra posta; ma pensate d’avere a pagar voi. S’io non facesse qualche volta il viso dell’arme a questo sciagurato, non potrei viver con lui. Egli è piú vii ch’un coniglio. Com’io lo bravo, non fa parola; ma, s’io me gli mettesse sotto, mi squartarebbe, si gross’ha la discrezione! Buon per me che lo conosco!

Pedante. Il Frulla m’ha detto che Fabrizio sará in verso piazza. E però sará buono ch’io pigli di qua.

SCENA II

Gherardo, Virginio e Pedante.


Gherardo. De la dote quel che è detto è detto. La dotarò come tu vorrai; e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi.

Virginio. Cosí sia.

Pedante. S’io non m’inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte; né mi ricordo dove.

Virginio. Che mirate, uomo da bene?

Pedante. Certo, questo è il padrone.

Gherardo. Lascia mirar quel che gli piace. Debb’esser poco pratico in questa terra: che, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come qui; ma si lascia mirar ognuno.

Pedante. S’io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in questa terra messer Virginio Bellenzini?

Virginio. Si, conosco; e non potrebb’esser piú mio amico di quel che gli è. Ma che volete voi da lui? Se pensate d’alloggiar seco, vi dico che gli ha altre facende e che non vi pò attendere: si che cercate pur altro oste.

Pedante. Voi séte per certo esso. Salvete, patronorum optime.