Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/38

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30 la calandria


SCENA V

Fessenio servo, Fulvia.

Fessenio. Voglio andare un poco da Fulvia, che comparita su l’uscio la vedo, e mostrarle che Lidio vuol partirsi per vedere come se ne risente.

Fulvia. Ben venga, Fessenio caro. Dimmi: che è di Lidio mio?

Fessenio. Non mi pare quel desso.

Fulvia. Eimè! Di’ su: che ha?

Fessenio. Sta pure in fantasia di partirsi per cercare Santina sua sorella.

Fulvia. Eh lassa a me! Vuol partirsi?

Fessenio. Ve è vòlto, in fine.

Fulvia. Fessenio mio, se tu vuoi l’util tuo, se tu ami il ben di Lidio, se tu stimi la salute mia, trovalo, persuadilo, pregalo, stringilo, suplicalo che per questo non si parta, perché io farò per tutta Italia cercar di lei; e, se avvien che si ritrovi, da mò, Fessenio mio, come t’ho detto altre fiate, li do la fede mia che io la darò per moglie a Flaminio mio unico figliuolo.

Fessenio. Vuoi che cosí gli prometta?

Fulvia. Cosi ti giuro e cosí mi obligo.

Fessenio. Son certo che volentieri l’udirá perché è cosa da piacergli.

Fulvia. Spacciata sono, se tu con lui non mi aiuti. Pregalo che salvi questa vita che è sua.

Fessenio. Farò quanto mi commetti; e per servirti vo a trovarlo a casa ove ora si trova.

Fulvia. Non men farai per te, Fessenio mio, che per me. Addio.

Fessenio. Costei sta come pò; e, per Dio, ormai è d’aver compassione di lei. Fia bene che Lidio oggi, da donna vestito,