Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/385

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atto quarto 377


Gherardo. Costei.

Clemenzia. Tu t’inganni, che non s’è mai oggi partita da me: e, per giambo, s’era testé messi questi panni, come fan le fanciulle; e dicevami ch’io mirasse se stava bene.

Gherardo. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa con Isabella.

Clemenzia. Donde venite voi adesso?

Gherardo. Dall’ostaria del «Matto», che v’andai con Virginio.

Clemenzia. Beveste?

Gherardo. Un trattarello.

Clemenzia. Or andate a dormire, che voi n’avete bisogno.

Gherardo. Fammi veder un poco Lelia prima ch’io mi parti; ch’io gli vo’ dare una buona nuova.

Clemenzia. Che nuova?

Gherardo. Gli è tornato suo fratello sano e salvo e che ’l padre l’aspetta all’ostaria.

Clemenzia. Chi? Fabrizio?

Gherardo. Fabrizio.

Clemenzia. S’io ’l credessi, ti darei un bacio.

Gherardo. Si che la gioia è bella! Famel piú presto dare a Lelia.

Clemenzia. Io vo’ correre a dirglielo.

Gherardo. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l’ha lasciata partire.

SCENA V

Pasquella fante, sola.


Uh trista a me! Io ho avuta si fatta la paura ch’io son uscita fuor di casa. E so che, s’io non vi dicessi di che, donne mie, voi noi sapreste. A voi lo vo’ dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle risa. Que’ due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder la chiave. Io volsi entrar dentro e veder quel che facevano: e