Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/389

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atto quarto 381


Giglio. Aze musiga está male avventuraci. Ya non se ac- C cuerda que a qui sto. Dare colpo in está puerta, voto a Dios. Tic, tac, tic, toc.

Pasquella. Chi è lá?

Giglio. Vostro figliuolo.

Pasquella. Che volete? Il padron non è in casa. Bisogna che si gli dica niente?

Giglio. Una parabla.

Pasquella. Aspetate, che non può stare a venire.

Giglio. Aprite, que aspettare drente Partióse. Do renniego de todo el mondo, se non bruso toda está posada, se non mi rende mio rosario. Tic, tic, toc.

Pasquella. Olá! Ch’è da esser? Voi avete una poca discrezione, perdonatemi. Chi voi séte? Oh! Par che voi vogliate spezzar questa porta.

Giglio. Voto á Dios e a santa Letania che anco la brusciarò, se non mi rendide mio rosario.

Pasquella. Cercate vene pure altrove; che in su l’orto non ce ne abbiam, de’ rosai.

Giglio. Non dico se non mis paternostros.

Pasquella. Che n’ho io a fare, se voi non dite se non i vostri paternostri? Vorreste forse ch’io diventasse una marrana come voi e imparasse a dirgli ancor io?

Giglio. Oh reniego de la putta, vellacca! Aun me dizeis marrano?

Pasquella. Sai? Se tu non ti levi d’intorno a l’uscio, ti bagnarò.

Giglio. Ecciade l’agua; el fuogo porrò io a está puerta.

Malditta sea! Todo me ha mollado, está putta, vellacca, viegia. alcahueta, male aventurada! Oh reniego de todos los frailes! Pasquella. Bagna’vi? Non me ne avviddi. Ma ecco il padrone. Se volete niente, domandatelo a lui e non mi rompete piú il capo.

Giglio. Se á qui me truova esto vieio, mil palos non mi mancan. Meior es de fuir.