Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/388

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380 gl’ingannati


Pasquella. Chino, chino, belline, belline, belline, iscio, iscio! Che ve rompiate il collo! Che si che se ne fuggirá qualcuna? Para, para ben, Giglio.

Giglio. Donde stan estos pollos? Aqui non veo ni gallos ni gallinas.

Pasquella. Non gli vedi? Eccoli qui. Levati; lasciami un poco serrare l’uscio, tanto ch’io ce gli rimetta.

Giglio. Oh! Voi inserrate col fierro. Oh! Este porqué?

Pasquella. Perch’io non vorrei che questi polli l’aprisseno.

Giglio. Fazite presto, che algun non vienga y desturbe nostra fazienda.

Pasquella. Venga pur chi vuole, che qua dentro non è per intrare.

Giglio. Oh que malditta seas, vieia putta! Dizetemi: por que non aprite?

Pasquella. Giglio, sai, ben mio? Io vo’ prima dir tutta questa corona. Tu pòi andartene, per istasera. E’ non mi ricordavo ch’io ho anco a dire una orazione che non la soglio mai lasciare.

Giglio. Que trepparie son este? que corona? que orazion es está?

Pasquella. Che orazione? vuoi ch’io te la insegni? Sai? È buona a dire. «Fantasima, fantasima, che di e notte vai, se a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n’andrai. Tristi cortristi, in mal ’ora ci venisti e me coglier ci credesti e ’ngannato ci remanesti. Amen».

Giglio. Io no intendo a está vostra orazione. Se non volite aprire, renditemi mio rosario, que io me irò con Dios. Voto allos santos martilogios que está vieia alcahueta, disdicciada, vellacca ingagnommi. Madonna Pasquella, aprite; presto, per vostra vida.

Pasquella. «Che fa lo mio amor ch’egli non viene? L’amor d’un’altra donna me lo tiene». Meschina a me!

Giglio. E que! Non faze, donna Pasquella, que á qui sta sperando que gli apriate.

Pasquella. «Non ti posso servir, signor mio caro». Oimè!