Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/395

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atto quinto 387


ATTO V

SCENA I

Virginio, Stragualcia, Scatizza, Gherardo e Pedante.

Virginio. Venite con me quanti voi séte. Stragualcia, vien tu ancora.

Stragualcia. Con l’arme o senza? Io non ho arme.

Virginio. Tolle costi, in casa dell’oste, qualche arme.

Scatizza. Padrone, con targone bisognarebbe una lancia.

Virginio. Non mi curo piú di lancia. Mi basta questo. .

Scatizza. Questa rotella sarebbe piú galante per voi, essendo in giubbone.

Virginio. No; questa copre meglio. Oh! Par che questo montone m’abbia trovato a furare. Ho paura che ’l non abbia amazzata quella povera figliuola.

Stragualcia. Questa è buona arme, padrone. Io lo voglio infilzare con questo spedone come un beccafico.

Scatizza. Oh! Che vuoi tu far dell’arrosto?

Stragualcia. Son pratico in campo; e so che, la prima cosa, bisogna far prò vision di vettovaglia.

Scatizza. Oh! Cotesto fiasco perché?

Stragualcia. Per rinfrescare i soldati, se alla prima battaglia fusser ributtati indrieto.

Scatizza. Questo mi piace; che ei avverrá.

Stragualcia. Volete che, insieme insieme, infilzi il vecchio e la figliuola, i famegli, la casa e tutti come fegatelli? Al vecchio cacciarò lo spedone in culo e faroglielo uscir per gli occhi; gli altri tutti a traverso come tordi.

Virginio. La casa è aperta. Costoro aran fatto qualche imboscata.