Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/402

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394 gl’ingannati

ch’io ho fatto, per quel ch’io l’ho fatto; ch’io non ho avuto mai altro desiderio che questo.

Flamminio. Ben l’avete mostrato. E perdonatemi, se qualche dispiacere v’ho io fatto, non conoscendovi, perch’io ne son pentitissimo e accorgomi dell’error mio.

Lelia. Non potreste voi, signor Flamminio, aver fatta mai cosa che a me non fusse contento.

Flamminio. Clemenzia, io non voglio aspettare altro tempo, che qualche disgrazia non m’intorbidasse questa ventura. Io la vo’ sposare adesso, se gli è contenta.

Lelia. Contentissima.

Crivello. Oh ringraziato sia Dio! E voi, padrone, signor Flamminio, séte contento? E avertite ch’io son notaio; e, se noi credete, eccovi il privilegio.

Flamminio. Tanto contento quanto di cosa ch’io facesse giá mai.

Crivello. Sposatevi e poi colcateyi a vostra posta. Oh! Io non v’ho detto che voi la baciate, io.

Clemenzia. Or sapete che mi par che ci sia da fare? Che ve ne intriate in casa mia, in tanto ch’io andarò a fare intendere il tutto a Virginio e darò la mala notte a Gherardo.

Flamminio. Va’, di grazia; e contalo ancora a Isabella.

SCENA IV

Pasquella e Giglio spagnuolo.


Giglio. Por vida del rey, que está es la vellacca di Pasquella que se burlò de mi y urtommi mis quentas per enganno. Oh corno me huelgo de topalla!

Pasquella. Maladetto sia questo appoioso! Ben mi s’è dato testé tra’ piei, che possi egli rompere il collo con quanti ne venne mai di Spagna! Che scusa trovarò ora?

Giglio. Signora Pasquella!

Pasquella. La cosa va bene. Io son giá fatta signora.