Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/416

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408 nota

la | Corona di sua Maestá. Con Privilegio Apostolico, et Venitiano | M.D. XXXIII in fine: Stampata in Vinegia per Bernardino | de Vitali, A di xiiij di Settembre del MDXXXIII Precedono la commedia una lettera dedicatoria dell’autore stesso a Ippolito de’ Medici, che io qui riproduco, e un avvertimento «ai lettori» di Alessandro Vellutello, che ometto, come troppo lungo e di troppo scarso interesse. Delle correzioni da me introdotte basterá indicar le seguenti. A. i, se. 5: «ch’io caschi morta» (ediz. : «ch’io corri morta»). — A. 11, se. 1: «Non dubitar, figliuola» (ediz.: «Non dubitar loia»). — A. 11, se. 6: «men... men... mentir per la gola» (ediz.: «... morir per la gola». — A. in, se. 1. Dei molti epiteti greci, coi quali Listagiro designa il diavolo da lui invocato, cambio «dgniptos» in «dniptos» (ávtnxog), «Cantiglios » in «cantilios» (xav&VjXios) e «criau» in «criós» (xpióg); lascio immutati un «cladéutir» e un «inófliz» e un «orchózo» che non mi riescono chiari; e parimente conservo un «chielévo» nel quale non so se siano da riconoscere le due parole «chiè levo» (xaí Xeóco) o l’unica parola «chelévo» (xsXsóco). Quanto agli accenti, che nell’edizione sono a volta a volta bene o mal collocati o anche del tutto omessi, li pongo sempre su quelle sillabe ove devono effettivamente trovarsi secondo l’accentuazione greca. In fine, poiché l’invocazione di Listagiro è diretta al demone Maladies, mi è parso necessario, lá dove la stampa legge «per la gran virtú | di questi nomi suoi», cambiare «suoi» in «tuo». — A. v, se. 4: «de alti léj’os» (ediz.: «de alti llesos»); «si de un tan grande ultrage yo saco venganza» (ediz.: «... ae sacho venga?i»); «me ya mas contento saque» (ediz.: «me yu... sache»). Scrivo «saco» e «saque» invece di «sacho» e «sache» perché piú chiaro apparisca che si hanno qui due forme del verbo «sacar» e perché si eviti l’equivoco col suono palatale «ch» quale è nel «mucho» e nel «noche» di questa medesima scena. Compio il «vengan» nel modo che mi sembra piú naturale, quantunque non sia da escludere la possibilitá che si abbia qui l’infinito sostantivato «vengar». Quanto alP«ae», che non dá alcun senso ed è certamente un errore, lo muto in «yo». — A. v, se. 5: «un si felice stato | ch’io quasi par che a me istesso noi creda» (ediz.: «... mil creda»).