Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/54

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46 la calandria


Fulvia. Dimmi, dimmi: che c’è?

Samia. L’arai per male?

Fulvia. Oimè! che c’è? Di’ sú.

Samia. In fin, e’ par che non te cognoscessi mai.

Fulvia. Che mi di’ tu?

Samia. Cosi sta mò.

Fulvia. A che il comprendesti?

Samia. Mi rispose in modo che mi fe’ paura.

Fulvia. Forse finse burlare teco.

Samia. Non m’aria svillaneggiata.

Fulvia. Non sapesti forse dire.

Samia. Meglio non m’imponesti.

Fulvia. Era forse accompagnato.

Samia. Lo tirai da parte.

Fulvia. Forse parlasti troppo forte.

Samia. Quasi all’orecchio.

Fulvia. In fin, che ti disse?

Samia. Mi scacciò da sé.

Fulvia. Dunque, piú non mi ama?

Samia. Né te ama né ti stima.

Fulvia. Cosi credi?

Samia. Ne son certa.

Fulvia. Lassa me! che odo io?

Samia. Tu intendi.

Fulvia. E di me non ti domandò?

Samia. Anzi, disse non saper chi tu fussi.

Fulvia. Dunque, m’ha dismenticata?

Samia. Se non te odia pur, bene ne vai.

Fulvia. Ahi cieli avversi! Certo, or cognosco lui spietato e me misera. Ahi quanto è trista la fortuna della donna! e come è male appagato lo amore di molte nelli amanti! Ahi trista me! che troppo amai. Lassa! che ad altri tanto mi diedi che non sono piú mia. Deh, cieli! perché non fate che Lidio me ami come io lui amo? o che io fugga lui come esso me fugge? Ahi crudeli che chiedo io? Disamar e fuggir Lidio mio? Ah! certo, questo né far posso né voglio; anzi, penso io stessa trovarlo.