Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/58

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50 la calandria


Fessenio. Or apri.

Samia. Fatto è. Non senti tu ch’io schiavo? Or entra a tuo piacere.

Fessenio. Che voglian dire tante serrature?

Samia. Fulvia ha voluto che oggi si chiavi l’uscio.

Fessenio. Perché?

Samia. A te può dirsi tutto. Vestita da omo, è ita a trovar Lidio.

Fessenio. Oh! Samia, che mi di’ tu?

Samia. Tu hai inteso. Io ho a stare coll’uscio serrato e aprire quando la viene. Vatti con Dio.

SCENA XI

Fessenio servo solo.

Or vedo bene esser vero che nessuna cosa è, quantunche grave e dubiosa, che far non ardisca chi ferventemente ama: come fa costei, la qual se n’è ita a casa di Lidio né sa che suo Ì marito lá si trova. Il quale, posto che male accorto sia, non potrá però fare che di lei mal non pensi, vedendola in quell’abito e in quel loco sola; e forse in modo se ne adirerá che a’ parenti di lei il fará noto. Voglio andar lá presto per vedere se, in alcun modo, a questo riparar potessi. Ma oh! oh! oh! Che cosa è questa? Oh! oh! oh! Fulvia che, oh! oh!, Calandro da prigion ne mena. Che domin è questo? Starommi cosí da parte per udire e vedere a che si riduce la cosa.

SCENA XII

Fulvia, Calandro.

Fulvia. Oh valente marito! Questa è la villa dove andar dicevi? A questo modo, ah? Non hai da far tanto a casa tua che tu vai sviandoti altrove? Misera me! A chi porto io tanto amore? e a chi tanta fede servo? Or so perché, le notti passate,