Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/86

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78 la calandria

Fessenio, salta in camera dalla finestra di dreto. E subito vestissi de’ panni miei e me dei suoi. E fuor me ne ha mandato Fessenio, senza che persona mi abbia visto, dicendomi: — Tutto è acconcio benissimo; sta’ contento. — In modo che da un grandissimo dolore mi trovo in grandissima contentezza. Fessenio, cosi dalla finestra, rimase a parlare con Fulvia. Bene è che io mi stia cosi, qui intorno, per vedere a quel che si riduce la cosa. Ed oh! oh! oh! Ben va. Lieta comparsa è Fulvia su l’uscio.

SCENA VI

Fulvia sola.

Travaglio è certo stato per me in questo giorno; ma ringrazio il cielo che di tutti li accidenti felicemente uscita sono. E il fine del periculo presente mi porta incredibile iocunditá; perché, non pur ha salvato l’onore a me e la vita a Lidio, ma sará cagione che con lui potrò essere piú spesso e piú facilmente. Chi ora è di me piú lieto non deve esser mortale.

SCENA VII

Calandro.

E vi meno perché vediate l’onore che l’ha fatto a voi e a me. E, poi che l’arò tutta pesta, menatela a casa il diavolo, perché non voglio in casa questa vergogna. Guardate se ella è bene sfacciata! che la sta su l’uscio, come la fusse la buona e la bella.

SCENA VIII

Calandro, Fulvia.

Calandro. Tu sei qui, malvagia femina? ed hai animo di aspettarmici, sappiendo che m’hai fatte le corna? Non so come io mi tenga che io non ti tragga la vita del corpo. Ma prima