Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/89

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atto quinto 81

or ho adempiuto il desiderio mio; or piú affanno avere non posso.

Santilla. Deh, fratel dulcissimo! Io pur te vedo e sento. A pena creder posso che tu desso sia, vivo trovandoti ove io per morto lunga stagion te ho pianto. Or tanto maggior letizia mi porta la salute tua quanto io manco la aspettavo.

Lidio. E tu, sorella, tanto piú cara mi sei quanto io, per te, oggi salvato mi trovo: ove che, se tu non eri, forse ucciso stato sarei.

Santilla. Ora aranno fine li suspiri e li pianti miei. Questo è Fannio, servo nostro, che sempre fidelmente servito mi ha.

Lidio. Oh! oh! oh! Fannio mio, ben di te mi ricordo. Avendo tu servito a una, te hai due persone obligato; e certo di noi ben contento ti terrai.

Fannio. Maggior contento aver non posso che vivo e con Santilla vederti.

Santilla. Che cosí fisso guardi, Fessenio caro?

Fessenio. Che non vidi mai omo ad omo simile come è l’uno all’altro di voi. Ed or vedo la cagione per che seguiti son oggi tanti begli scambiamenti.

Santilla. Vero di’.

Lidio. Belli son certo; e piú che non sapete voi.

Fessenio. Di ciò a bell’agio parleremo. Attendasi oggi a quel che piú importa. Dissi lá drento a Fulvia questa esser Santilla tua sorella: di che ella si mostrò oltra modo contenta; e conchiusemi al tutto volere che sia moglie a Flaminio suo figliuolo.

Santilla. Or mi fai chiara perché ella, lá in camera, teneramente baciandomi, disse cosí a me: — Chi di noi piú contento sia non so. Lidio ha trovata la sorella; io la figliuola; e tu il marito.

Lidio. La cosa può tenersi per fatta.

Fannio. Un’altra ce n’è, forse miglior che questa.

Lidio. Quale?

Fannio. Come dice Fessenio, tanto simili séte di persona che non è chi non ci abbi a restare ingannato.