Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. II, Laterza, 1912.djvu/286

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274 il ragazzo


Messer Cesare. Nissun risponde. Picchia piú forte.

Valerio. Tic toc, tic toc.

Messer Cesare. Piú forte ancora.

Valerio. Toc, toc, toc, toc, toc, toc. O che la fante è morta, o che ella se n’è fuggita parimente.

Messer Cesare. Ben mi saranno tutti i mali roversati a dosso. Picchia quanto pòi.

Valerio. Toc, toc, toc, toc, toc, toc. In fine, non è chi risponda.

Messer Cesare. Doverebbe pur sentir madonna Agnela, se pure ancora ella non ha fatto compagnia alla figliuola.

Valerio. Ecco che s’apre, pure. È la padrona medesima.

Messer Cesare. Oh misero e sciagurato Cesare! Sarai ben ora favola a tutta Roma.

Valerio. Tardi imparano coloro che si lamentano dopo ’I fatto.

SCENA IV

Belcolore sola.

Sia maladetto..... Presso che non l’appicai a tutti i preti. Ho cerco tutto Borgo, la Pace, la Rotonda, il Culiseo, per insino alla Guglia. Ho dimandato di questo prete Romano e mai, per la mia benedetta ventura, alcuno non m’ha saputo insegnar dove egli si stia. A dire il vero, egli non è ancora l’alba e tutti dormono. Sará meglio che io mi torni a casa. Uh! uh! uh! Chi è quel brutto uomo che vien di lá? Mi fo la croce. Ave Maria, gratia piena, Do....

SCENA V

Pedante, Belcolore.

Pedante. «Non per dormire poteris ad alta venire, sed per studere poteris ad alta sedere». Però son surto, idest levato cosí prò tempore.