Pagina:AA. VV. – Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Vol. I, 1920 – BEIC 1928288.djvu/29

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i - rustico filippi 23

XLIV

Ricorda alla donna come sia dovere di buon signore impedire che il servo muoia.

A nessun omo addivenne giá mai
ch’Amor prendesse altrui sanza veduta;
a meve è addivenuto: non pensai
4ca si forte pungesse sua feruta.
Ciré’ mi tormenta e dona pena assai,
se madonna amorosa non m’aiuta,
che m’ha in balia: ed io medesmo il sili,
8ché l’ho donato il cor sanza partuta.
Dunque mi dé’campare, ed a rasgione:
qualunque buon segnore a suo servente,
11che ’n lui ha messa tutta sua intenzone,
non dé’ soffrir che moia di neiente,
ché li sarebbe grande riprensione:
14questo fedel son io, donna valente.

XLV

Soffre per colpa d’Amore, ma spera conforto dalla donna.

Unqua per pene, ch’io patisca amando,
lasso! giá non vorria disamorare;
omè, ché, per aver disiderando,
4ciò, ch’io sostegno, non poria mostrare.
Ché solo pur le lagrime, ch’io spando
sovente, fannomi maravigliare;
e quanto piú languisco e vo penando,
8allor si ferma il cor meo piú d’amare.
E, s’io ardisse d’incolpare Amore,
eo diceria ch’avesse di me torto,
11da poi che fuor di me non è dolore.
Se non che spero ancor d’aver conforto,
lá dov’è grande presgio e gran valore:
14sol è colpa d’Amor s’io pene porto