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xxiv - pieraccio tedaldi 57

XLIII

I — PIERACCIO AL FIGLIO BINDO
Si lamenta perché il figliuolo non gli scrive

Bindo, e’ non par che per me truovi foglio
né penna, che ti renda, con inchiostro;
quanto agli altri tu n’abbi, l’hai dimostro:
4lá onde forte me ne cruccio e doglio.
E1 ben, ch’io voglio a te, non me ne doglio,
ma ámoti secondo il paternostro;
e ’! bianco per lo nero non ti mostro:
8se non è, in ira sia a cui ben voglio.
Deh qual’è la cagion, quando tu scrivi
lettera altrui, ov’io dimoro o sono,
11che tu del tutto me ne cessi e privi?
Or odi e’ntendi quel, ch’io ti ragiono:
mentre ch’io viverò e tu ci vivi,
14tale a te, quale a me; piú non sermono.

II

2 — RISPOSTA DI BINDO
Mentre si scusa, rinfaccia al padre le sue dilapidazioni.

Per che io non vi scriva como soglio,
non ne portate cruccio nel cor vostro:
ché piú, che con iscritta vi dimostro,
4da ubbidirvi mai non mi discioglio.
Ma la troppa faccenda, ch’io raccoglio,
de la mia mente si n’occúpa il chiostro,
che ne cessa da voi quel, che, dimostro,
8diletto saria piú, che discordoglio.
Ciò, che si fa per me, si fonda ivi.
dove l’animo mio sempre dispono,
11che ’l bel sermonti e l’avversar’derivi.