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g. f. maia materdona 107

IV

INVIANDO L’«ADONE»

     Queste carte che Pindo ammira e cole
e ch’io supplice umile a te presento,
quant’hanno in sé d’amore e di lamento
tutte menzogne son, tutte son fole.
     Sol verace è l’amor, vago mio sole,
sol verace è ’l martir ch’io nel cor sento;
lá pinto è ’l duolo e qui vivo ’l tormento,
qui traboccano affetti e lá parole.
     Leggi pur, leggi, e la mia vita amara
d’amara morte apprendi; e ad esser pia
dalla pietá di bella diva impara.
     Leggi, e se ’l tutto è finto, a te pur sia
scorta il finto del ver e fiati chiara
ne le favole altrui l’istoria mia.

V

A UNA ZANZARA

     Animato rumor, tromba vagante,
che solo per ferir talor ti pòsi,
turbamento de l’ombre e de’ riposi,
fremito alato e mormorio volante;
     per ciel notturno animaletto errante,
pon freno ai tuoi susurri aspri e noiosi;
invan ti sforzi tu ch’io non riposi:
basta a non riposar l’esser amante.
     Vattene a chi non ama, a chi mi sprezza
vattene; e incontro a lei quanto piú sai
desta il suono, arma gli aghi, usa fierezza.
     D’aver punta vantar sí ti potrai
colei, ch’Amor con sua dorata frezza
pungere ed impiagar non potè mai.