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108 lirici marinisti

VI

LA MASCHERATA

     — Tra venti dame ordir danza reale,
con finte spoglie e maschere in sembiante,
devrò — dicesti: — or vienne, e se fra tante
riconoscer mi sai, danne un segnale. —
     Non che venni, io volai; diemmi Amor l’ale:
tutte osservai dal crin fino a le piante,
e te conobbi a le due luci sante,
perché vidi indi uscir l’usato strale.
     Poscia, per lo segnal ch’a me chiedesti,
ersi il ciglio a le stelle e lagrimai,
e tu ’l chinasti a terra, indi ridesti.
     — Non t’avrò fede — io dir volea — piú mai:
m’invitasti ai piacer, pianger mi festi;
anzi, preso i miei pianti a riso t’hai. —

VII

LO SDEGNO LIBERATORE

     Qual uom talora in alta notte suole,
mentre i sensi ha sopiti, ebra la mente,
scorgere assalti di perduta gente,
e fugge e teme e si contrista e duole;
     se poi vien desto a l’apparir del sole,
ogn’affanno da sé fuga repente,
e ’l ciel loda e ringrazia immantinente
che i passati timor fur ombre e fole:
     tal io, mentre t’amai, spietati morsi
d’amore e gelosia provar mi parve,
onde sentia dal cor l’alma disciorsi;
     ma, poi che sdegno a risvegliarmi apparve,
giubilai tosto e al cielo grazie porsi
che fe’ da me sparir fantasmi e larve.