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antonio bruni 119

II

GLI OCCHI AZZURRI

     — Qualor de’ tuoi begli occhi il bello io guardo,
cui d’azzurro color fregiò natura,
s’è ceruleo l’arciero, aureo è ’l suo dardo,
che dá le piaghe al seno, al cor l’arsura.
     Fra quello azzurro, il lascivir d’un guardo
rassembra il Sol ne l’onda azzurra e pura;
del pianto i mari ove sommerso io ardo,
quel ceruleo ondeggiar finge e figura. —
     Cosí parlo al mio ben; quando i ridenti
lumi rivolge a me, spargendo ardore,
de la rosa la dea con questi accenti:
     — Sotto due archi ove trionfa il core,
del ceruleo onde scorno han gli ostri ardenti
fansi il manto le Grazie, il velo Amore. —

III

IL NEO SUL LABBRO

     Giugne fregio a la bocca e fiamme ai cori,
donna, il tuo vago neo, per cui pomposo
va ’l tuo molle rubin che i primi onori
toglie al rubin piú ricco e prezioso.
     Con sí bel neo, cred’io, voller gli Amori,
come in Menfi solea fabro ingegnoso,
segnar nel tuo bel volto i propri ardori,
qual con strano carattere amoroso.
     O, presa Amor la bella Psiche a sdegno,
te bacia e ’l bacio suo, ch’altrui si vieta,
lascia l’orma in quel neo, del core in pegno.
     Quinci quest’alma andrá festante e lieta,
s’ei, qual nel labro tuo d’Amore è segno,
de’ miei labri cosí sia segno e mèta.