Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/151

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

scipione errico 145

vago e novo zodiaco, entro ’l qual era
fatto piú nobil Febo, Amor fecondo,
o pur d’ogni bramosa accesa mente
del bel foco d’amor sfera cocente.
     Danzan festose, e l’animate brine
volgon giocose e lascivette e snelle;
sfavillanti le luci e peregrine
seguon pargoleggiando i piedi anch’elle;
scende dal molle capo il folto crine
sovra le mamme tenerette e belle,
e al par d’un Sol che dal mar Indo è fuora,
quei due monti d’argento il capo indora.
     Treman le crude mamme e trar diresti
nel teatro de’ petti i balli a prova.
Qual veder fu, come d’ignudi e presti
vaghi avori saltanti un stuol si mova?
qual veder fu senza l’odiose vesti
danzar cerchio amoroso in foggia nova,
che gira e spiega al fin d’alquante rote,
orologio d’amor, sonore note?
     Canti, scherzi, sorrisi entro i tesori
di scoperte bellezze Amor confonde;
quando cantan costor, tra salsi umori
sembran vaghe ballar ne l’alto l’onde;
quando ballan costor, detti canori
confonde il mar tra minïate sponde,
ch’or vago suoni a le lor danze, or pare
che balli al suon de le lor note il mare.
     — La donna è un ciel — diceano, — ha il capo aurato,
di Berenice i lucidi capelli;
porta negli occhi il Sagittario armato,
porta negli occhi i lucidi Gemelli;
gli occhi ond’è vago un Orïon formato,
gli occhi, Soli de l’alma amati e belli,
gli occhi che, vólti in varie e gentil arti,
sembran Veneri ed Orse e Giovi e Marti.