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320 lirici marinisti

de’ fregi ch’a virtú non siano oscuri.
Fia che morte congiuri
contro le tue fatiche invano, quando
vorrai di penna in vece oprare il brando.
     Qual ardimento in nobil cor non desta
de la patria l’affetto,
ch’ad oprar meraviglie eletto parmi?
D’innumerabil aste espone a l’armi
il generoso petto,
e sol tra mille Orazio ultimo resta;
da marzïal tempesta
salve del Tebro le fugate squadre,
piú che figlio di Roma, a Roma è padre.
     Ma che giova il narrar del Lazio antico
l’ardimento piú chiaro,
quando raggio piú bel Venezia spande?
Vantano i tuoi maggiori eroe piú grande,
di cui giungere al paro
alcun non può d’eccelsi fatti amico.
Di Domenico io dico,
de’ Michieli rampollo, augusta prole,
d’Adria e d’Europa tutta unico sole.
     Imperator de le falangi armate,
fulmine de la guerra,
sempre invitto domò barbare genti.
Del saracino stuol l’armi possenti
vince in mar, vince in terra,
quasi sian le vittorie a lui sol nate.
Prodezze non usate!
Allor ch’altri ha timor de la sua fuga,
acquista Tiro e i suoi nemici ei fuga,
     De la cittá le mura, ove sepolto
di Dio sen giacque il figlio,
restar per lui da’ rei tiranni illese.
Serva la sorte al suo valore ei rese;
     il suo manto a vermiglio