Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/389

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ciro di pers 383

qua verdeggiante un bosco,
quinci un’aprica collinetta e quindi
una riposta valle,
in cui serpeggia un fiumicel lascivo,
che ’n fra smeraldi teneri confonde
i susurranti suoi fugaci argenti,
che sembran dire: — Anco qui regna Amore.
Qui Pafo, o pur di Pafo
si vider le vestigie e d’Amatunta;
qui Curio s’additò, qui Salamina.
     Drizzati poscia altrove i legni erranti,
fummo di Siria a quei beati lidi,
che di sante vestigie il re del cielo
impresse giá, mentre l’umane colpe
trasse seco a morir, fatto mortale.
Qui del Tabor, qui del Sion le cime,
qui del sacro Oliveto e del Carmelo
inchinai riverente, e fra me stesso
piansi di sdegno che per nostro scorno
calchi con piè profan barbara gente
quei lochi santi, e par che ciò non caglia
a quei che sovra il popolo fedele
tengon gli scettri, e poi ciascuno a gara
vuole con vano ambizïoso nome
dirsi re di Sion, dove non hanno
se non chi prende i loro fasti a scherno!
Nelle fenicie piagge
dapoi vidi Sidone e vidi Tiro,
che giá pescâr nel margine vicino
le pregiate conchiglie
onde il manto tingean gli antichi regi.
A le falde del Libano frondoso
Giulia felice e Tripoli si scorse,
indi Seleucia di Pieria, ed indi
Alessandria minore
entro l’issico seno;