Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/396

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
390 lirici marinisti

     Aliti nabatei bevan le piume
da la pigrizia acconce, ove gl’impetre
i tardi sonni un molle suon di cetre,
né per lui splenda il matutino lume.
     Sorga e ad uso del crin grande apparecchio
trovi apprestato, e qual novella sposa
l’unga, il terga, il gastighi e senza posa
il pettine e la man stanchi e lo specchio.
     Prenda il vestito e sia di foggia strana,
marchio di servitú ; gentil lavoro
gl’indori il lembo e serpeggiata d’oro
cinga la spada, inutil pompa e vana.
     Greggia di servi a solo fasto eletti,
pari al vestir di ricchi fregi adorno,
arresti il passo al di lui carro intorno,
qual volta avvien ch’ei fastidisca i tetti.
     Quinci prenda ad ambir titoli vani,
quindi a mercar con simulati ardori
agli altrui letti ingiurïosi amori,
quindi a sfamar mille appetiti insani.
     Ma s’anco sia che bellicose lodi
fra duri studi d’usurpar sia vago,
moderi il freno ad un destrier del Tago
e lo spinga e ’l raggiri in vari modi.
     Su questo e di gran piume e di grand’ori
superbo stringa in piazza asta dorata,
trastullo al volgo; e la sua bella amata
plaudendo esalti i non sanguigni orrori.
     Tali sono, ed è vero, oggi quei ch’hanno
fra noi piú pregio, ond’a ragion mi sdegno.
Deh, turbi omai questo vil ozio indegno
straniero Marte, e sia beato il danno!
     Gherardo, a te cui de l’aonio monte
cede i musici imperi il biondo dio,
miei carmi aspersi di quel fele invio
ond’amaro ha talor Permesso il fonte;