Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/400

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394 lirici marinisti

     Duro a veder ne’ campi,
ove giá lieto il mietitor solea
di Cerere maturi
raccorre i doni e l’animate biade,
mieter la morte ed ingrassar col sangue,
spaventosa cultrice,
le zolle abbandonate.
     Duro a veder l’ampie cittá, le ville,
fatte misera preda
del vincitore ingordo; indi gli avanzi
dati alle fiamme e le delizie amene
de’ bei palagi, antico
sudor degli avi, in breve ora consunti;
e le sacre a Lieo vigne feconde
potate in strane guise
da l’indiscreto ferro,
sí che mai piú non chieda
da lor, se non indarno,
O frondi il maggio o grappoli l’autunno.
     Duro a veder su’ genïali letti,
prima di sangue aspersi,
le caste mogli violarsi; e duro
veder l’amate figlie
immature a le nozze
fatte ludibrio e scherno
piú che diletto di sfrenate voglie;
e per ischerzo barbaro, inumano,
a pena nati i pargoletti infanti
macchiar le cune d’innocente sangue.
     Ma piú duro a veder ne’ sacri templi,
vano refugio ai miseri, trattarsi
i misfatti piú gravi,
e la votata al cielo
sacra verginitá ne’ sacri chiostri
a le celesti spose
con sacrileghi amori