Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/411

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

ciro di pers 405

     Ben ha folle pensier chi si promette
piú di sé che di Dio. Fidiamci in Lui,
e stimiam libertá ciò ch’ei commette
pronti eseguir, se troviam forze in nui.
     Dannasi l’empio: è di giustizia effetto.
Salvasi il giusto: è di clemenza dono.
Questo è da diva man guidato e retto,
quei lasciato a se stesso in abbandono.
     — Non viene a me, non viene alcun, se tratto
non è dal Padre mio. Prestisi fede
alle voci del vero: alcun affatto
mai non perdei di quei ch’egli mi diede. —
     Sí disse il Verbo. È temeraria inchiesta
del consiglio divin cercar ragione,
perché quella a sé tragga e lasci questa
alma cader ne l’infernal prigione.
     D’infinito saper scarsa misura
son pochi raggi d’intelletto umano.
Quanti a noi la sensibile natura
secreti asconde, e ’l ricercarli è vano!
     Ei, che del ciel le stelle, ei che l’arene
numerate ha del mar, solo comprende
perché patisce l’un dovute pene,
e l’altro a premi non dovuti ascende.
     Ma non quinci al peccar porgan licenza
sciocchi argomenti, e dica alcun: — L’abisso
o ’l ciel m’attende, né cangiar sentenza
puossi di quel ch’eternamente è fisso.
     Perché, duro a me stesso, ognor co’ prieghi
inutilmente ho da stancar gli altari,
se ’l decreto del ciel non fia ch’io pieghi,
quando a me pene o premi egli prepari?
     Dunque, fia meglio a’ lieti scherzi intento
passar con Bacco e con Ciprigna il giorno,
e ’l fugace piacer stringer contento,
di tempestive rose il crine adorno. —