Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/446

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440 lirici marinisti

     Depositati all’aure, e fuor de’ nastri,
scoteano vampe d’òr, strali di foco;
ed allor si pensò di splendor fioco
esser di Berenice il crin tra gli astri.
     Calamistri di ferro all’auree some,
che ’l foco riscaldò, facean torture,
perché del cor tra le cocenti arsure
apparissero ardenti ancor le chiome.
     Le inebriò talor nardo straniero
per dispensar novelli odori al vento;
nella sua man tra martellato argento
venne a farsi l’Idaspe un prigioniero.
     Sudâr le tele a lei subbi etiopi
e fregiò le sue gonne ago troiano,
e per le gonne ancor pino africano
tributò la Giudea de’ suoi piropi.
     Così temprate le maniere avea,
che, se parean senz’arte, eran con arte;
or flessibile alquanto, or dura in parte,
e speranza e timor destar solea.
     Dove mirava esser la fiamma ardente,
ella men soccorrendo era piú schiva;
dove face d’amor vedea men viva,
palesava d’ardor petto cocente.
     Se girava lo sguardo, era delitto,
e non mirava altrui, benché mirata;
piacevole talor, talor sdegnata,
l’un rendeva contento e l’altro afflitto.
     Mostravasi men scaltra al piú sagace
e col piú lieto amante era piú mesta;
sovente con gli audaci era modesta
e co’ modesti poi sembrava audace.
     Era lasciva ed onestá fingeva;
quando mostrava sdegno, allora amava;
sotto ardor simulato ella gelava,
e sotto finto gelo ella coceva.