Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/448

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442 lirici marinisti

     Si duol d’amor, si duol del mondo, accusa
artefici d’inganni amore e mondo;
duolsi che mondo insano, amore immondo
con l’ésca del piacer l’abbian delusa.
     Un aspe appella amor, da cui si beve
con bocca baciatrice egro veleno;
il mondo un Mongibel, che chiude in seno
incendio edace ed ha sul crin la neve,
     un mare, che tranquillo appar su l’onde
e bianca fé su l’onde sue promette,
ma sotto l’empie spume, ancorché schiette,
o baratri disserra o scogli asconde.
     Amor non sazia mai l’umane brame,
ché quando par che piaccia, allora incresce;
quando par che piú manchi, allor piú cresce,
e l’ésca d’un desir dell’altro è fame.
     Poi rapida sen corre a’ piè d’un Cristo,
dove, fermando il piè, Cristo l’aspetta;
e qui nel suo pensier tutta ristretta,
pensa del cielo al glorïoso acquisto.
     Qui di balsamo colma un’urna infrange
e del balsamo innaffia a Cristo il piede;
ma scusa qui dell’ardimento chiede,
e quando chiede scusa, allora piange.
     Al puzzo delle colpe al fin marcite
di peregrino odor sparge tempeste;
o porge unguenti al medico celeste,
forse per medicar le sue ferite.
     L’Ibla sicana ed il cecropio Imetto,
l’anima de’ suoi fiori ha qui sommersa;
Arabia d’alimenti è qui dispersa,
e rinchiusa l’Assiria in picciol tetto.
     Delle chiome prolisse il gran volume
da seriche ritorte in giú discioglie,
e con sì vaghe e prezïose spoglie
degli unguenti diffusi asciuga il fiume.