Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/477

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

giovanni canale 471

IV

IL TAMBURO

     Sorte perversa! In vil tugurio nato,
per secondar fatiche e accrescer stento,
di paludosi umori e fien cibato,
diedi lena ostinata al mio tormento.
     Dal peso degli affanni al fin sgravato,
ché d’essere vivuto ora mi pento,
una cassa portatile tornato
della mia pelle accoglio al seno il vento.
     A mille e mille colpi il fiato scioglio,
in campo marzïale indi venuto
a portar nuove glorie al Campidoglio.
     Se vivo tacqui, in essere battuto
morto assordo col suono, e ben mi doglio
che chi mi batte è assai di me piú bruto!

V

I RAZZI

     Da ricinte prigion di carta avvolta
sprigionata da ardor polve nitrosa,
spinta nell’aria ed in faville sciolta,
sibila irata e strepita orgogliosa.
     Di stellucce fugaci appar pomposa
col ciel stellante a garreggiar rivolta;
reca alla notte oscura, all’ombra ascosa
de’ suoi fatui splendor famiglia stolta.
     D’ardori nell’efimere procelle
resta assorta la vista, e mille e mille
luci ch’ammira a lei sembrano stelle.
     Questi focosi rai, queste faville
son nulla a par di quelle eterne, e quelle
del divino splendor sono scintille.