Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/497

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federico meninni 491

     Indomito veleno
per le viscere altrui serpe baccante,
mentre qual idra il suo livor propaga;
sul margine tirreno
con pestifero stral parca anelante
di popolo infinito i petti impiaga;
con tante morti appaga
gli sdegni suoi, che di tristizia gonfi
erge in orride bighe i suoi trïonfi.
     Spopolate le ville
son di bifolchi e di guerrier le ròcche,
di toghe i fòri e di ministri i tèmpi;
di lacrimose stille
son aride le luci, e le altrui bocche
stanche di morte a detestar gli scempi;
perché di madre adempi
la terra i mesti uffici, ancorché vasta,
l’ossa insepolte a sepellir non basta.
     D’antidoti salubri
al contagio non è sicuro schermo
da l’arte d’Epidauro unqua prescritto;
su’ talami lugubri,
mentre s’adopra a sollevar l’infermo,
cade su l’egro il fisico trafitto;
il genitore afflitto,
di gelido pallore il volto tinto,
spira l’anima in braccio al figlio estinto.
     Attaliche ricchezze,
lacera povertá, rapido strugge
con assalti improvvisi il morbo infame;
fulminate bellezze,
deformitá spiranti il foco adugge,
di fiamme ingorde a sazïar la fame;
a recider lo stame
di tante vite, infra singulti e strida
stanca la falce sua Cloto omicida.