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510 lirici marinisti

X

LA RAPIDITÁ DEL TEMPO

     Un tempo, il dí cui restringean poch’ore
parea sí lungo a la tranquilla mente,
che l’ora non vedea che in occidente
tuffasse i raggi il luminar maggiore.
     Or che degli anni è giá passato il fiore,
mi tramontano i Soli a l’oriente;
veggo il tempo volar, l’orecchio sente
una voce ch’intona: — Ecco, si more. —
     Giá giá parmi l’altr’ier quando ero in culla;
or m’aspetta il feretro, e ’n breve, ahi lasso,
sarò un mucchio di polve, e poscia un nulla.
     Perché terra siam noi. Pur terra è ’l sasso;
e se spingerlo in alto uom si trastulla,
piú veloce ne vien quanto è piú basso.

XI

L’INFELICITÀ UMANA

     Dieci lustri di vita o poco meno
porto sul dorso; e se ricerco quante
son l’ore liete, a numerar l’istante
posso a pena formarne un dí sereno.
     Parte fra l’ombre del materno seno
vissi ignoto cadavero spirante;
parte poco miglior che belva infante
soffrii di balia e pedagogo il freno.
     Ne l’avanzo infelice (ahi, sallo il core!)
parte ne tolse necessaria sorte,
parte ne diedi a volontario amore.
     Se la vita che resta è tanto forte,
viver che valmi, ove ogni dí si more?
È men pena il morir ch’attender morte!