Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/93

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marcello giovanetti 87

ch’io qui ricovro e de’ passati scempi
fra i diluvi de l’acque il duol sommergo,
e trovo sol per questi chiostri ombrosi
nel secolo del ferro aurei riposi.
     Qui, qui, scorno del tempo, onta de l’armi,
ogni abbattuta mole anco torreggia;
qui co’ teatri e con le statue parmi
traspiantata veder l’antica reggia;
distillan acque gli obelischi e i marmi
e quasi la cittá fra l’acque ondeggia;
vieni, e se ’l Tebro hai di veder desio
ho fra queste mie sponde il Tebro anch’io.
     Qui potrá sollevar da gravi cure
l’alma tua degnamente ozio non vile:
vedrai Pandora acque salubri e pure
dal suo vaso stillar, fuor del suo stile;
e Bacco, invece pur d’uve mature,
ampie tazze colmar d’onda simíle;
e, lasciato Elicona il bel Pegaso,
d’acque aprir con la zampa argenteo vaso.
     Vedrai per te formar con saggi errori
i fonti, al ciel balzando, umidi giochi;
di finti augelli inanimati cori
sciorranno a te canti non finti o rochi;
vedrai lieta spelonca in cui gli Amori,
poste in disparte le saette e i fochi,
al cenno di colei che dal mar nacque,
i petti altrui san fulminar con l’acque.
     Fastose ch’a tal gloria il ciel sortille,
se son di fasto qui l’onde capaci,
con riverenti, ossequiose stille
stamperan su ’l tuo piè gelidi bacile
fontane piú lucide e tranquille
faransi al volto tuo specchi vivaci,
e ’l dio de l’onde anch’ei sará tenuto
darti in coppa d’argento il suo tributo.