Pagina:Agabiti - Ipazia la Filosofa, 1910.djvu/12

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anni del XX, sia stato scritto, nelle principali riviste del mondo, sull’argomento.

Ed anche gli studi del Bigoni e della Revue Contemporaine, hanno un errore d’origine, perchè sono scritti da persone devote ed ammiratrici del Cristianesimo in maniera esclusiva, e che non fanno menzione perciò del lato più importante della figura e dell’insegnamento d’Ipazia: non conoscono o rifiutano di apprezzare l’opera sua d’occultista1.

Seguace di un sistema eclettico di filosofia, restò o parve rimanere pagana; forse anche perchè conosceva molte parti allora ignote ai cristiani, se non coltissimi, del politeismo classico decrepito, e non capiva la necessità di abbracciare il Cristianesimo; predicazione che doveva rappresentare pei conoscitori dell’antica Gnosi, soltanto un adattamento nuovo, una volgarizzazione poco profonda e molto popolare dei Veri conosciuti da essi, per eccellenza. I cristiani facevan confronti fra le credenze proprie e quelle del paganesimo ormai consunto, i Gentili dotti paragonavano il Cristianesimo alla religione dei loro padri, nei suoi secoli d’oro, e lo stimavano pari od inferiore alla filosofia orfica ed eleusina. Seguiamo perciò l’opinione dell’Aubé, il quale, parlando delle convinzioni religiose d’Ipazia, esprime il parere ch’ella, probabilmente, avesse accettato il punto di vista di Temistio e dei pagani contemporanei più illuminati; i quali dicevano «che i culti, essendo soltanto forme esterne ed espressioni particolari del sentimento del divino, non sono differenti l’uno dall’altro; che vi sono molte vie per giungere a Dio, e che ognuno è libero di scegliere quella che più gli aggrada.»2.

  1. — Degno di speciale menzione è il romanzo storico di Carlo Kingsley «Hypatia or New Foes with an old face» (London, Macmillan, 1890), giudicato dai critici letterari inglesi quale lavoro di squisita fattura. Eccone un sunto brevissimo. V’è, come nella Thäis di Anatole France, un frate, il giovane Filammone, ed una donna bellissima, Ipazia, pagana. Il monaco del Kingsley, come quello del France, è acceso da un immenso zelo di proselitismo e cerca di convertire la donna alla propria fede. Invece, soccombente, (domato dalla eloquenza e dalla dottrina sua) lascia il cristianesimo per la filosofia pagana neo-platonica. Intanto Oreste, discepolo ed ammiratore d’Ipazia, e prefetto bizantino dell’Egitto, ordisce, con quella, una trama per farsi signore del paese e sposare la sua compagna di studi e consigliera di frode. Ma il colpo di stato è mandato a vuoto da una rivolta dell’intiera Alessandria. In quel momento malaugurato Ipazia, prima di ritirarsi per sempre dalla vita pubblica e dall’insegnamento, e di abbandonare col padre la sua città, vuol tenere l’ultima lezione. Uscita di casa, nonostante la volontà e le preghiere degli amici, è circondata ed uccisa da monaci selvatici e nemici. Come la marchesa Diodata Saluzzo, pure il Kingsley, finge che la bella filosofa siasi convertita al cristianesimo nestoriano, persuasa dall’amico e discepolo, Raffaele Ben Ezra, di nascita ebreo. Il romanzo finisce col ritorno di Filammone al convento, ove aveva tanto pregato, giovanetto, per quella pace, per quel regno d’iddio, che, seguendo poi Cirillo, si era illuso di potere conquistare per la Umanità, in mezzo alle lotte, agli odi ed ai macelli di Alessandria.
  2. v. Themistius, Orat. consul. ad Jovian. Orat. ad Valentem. Il pensiero di Temistio è (stato illustrato da Luigi Luzzatti nell’opera recentissima su «La libertà di coscienza e di scienza» Treves Edit., 1909). Per il Luzzatti, la dimostrazione della libertà religiosa di Temistio, è una delle più vicine a perfezione, considerata dal punto di vista della scienza costituzionale.