Pagina:Albertazzi - Novelle umoristiche.djvu/247

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come finì la modestia 233

ma era povera e non potemmo conchiudere nessun affare; e d’allora in poi m’è uscita di vista.

Modestia: — Sapesse quant’è che la cerco! Un giorno, in una grande città, ci perdemmo in mezzo alla folla....

La donna sovrana: — Non piangere. La troverai.

Modestia: — Dove? dove?

La donna sovrana: — In un paese dove non si distribuiscano commende.

Modestia: — Oh Dio!... Dunque mia sorella è morta anche lei!

La donna sovrana: — Non piangere, ti dico! Io non piango nemmeno ai drammi di Ibsen. Raccontami piuttosto la tua storia.

Modestia: — Uh! la mia storia!... Disperata, mi ero ridotta a vivere qui nei dintorni, e ci campavo, perchè nessuno s’accorgeva che ci fossi; quando la mia disgrazia volle, l’altro giorno, che diventasse sindaco il salumaio del villaggio. Costui m’ha deferita all’autorità giudiziaria quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza e forse anarchica; e i carabinieri hanno già avuto l’ordine di arrestarmi se entro otto giorni non mi trovo occupazione e domicilio.

La donna sovrana: — Bene! Imparerai a stare al mondo!

Modestia: — Per grazia di San Francesco mio protettore, ier sera tardi, passando sotto le finestre d’una villa, udii leggere un giornale: uno leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie