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Francesco mio... 99


deserto. Guardava con gli occhi languidi davanti e d’intorno, e non ci si trovava più. Tutte le cose ora vivevano per sè sole, in un egoismo mostruoso, in una indifferenza spaventevole, con una incuranza spietata.

Il grano alto e giallo aspettava l’ora di compiere il suo destino e si godeva il suo ultimo sole; il trifoglio si beava di essere tutto in fiore; le viti, distese fra gli àlberi, bevevano i raggi ardenti e si mostravano intente solo a produrre; gli olmi o avevano molli dedizioni delle fronde più alte alle carezze dell’aria, o restavano immobili, alcuni in una letizia pacifica e sonnolenta, alcuni in una gravità solenne, come se muovendosi temessero — egoisti anch’essi — di nuocere a ciò che loro solo premeva: il nido che nascondevano nel folto. Nel cielo, a volo rotto i cardellini passavano rapidi e giulivi non conoscendo che la loro esistenza; non altro vedendo dell’universo che la loro letizia. A due a due, le farfalle apparivano e sparivano in una felicità lieve lieve, bianca e silenziosa; e le formiche, lì, in oscura fila... Che da fare! Potevano curarsi, loro, di un povero uomo? Peggio per lui se era nato uomo!

Peggio: Mattucco non aveva mangiato e non aveva da mangiare. E fin la terra gli pareva incresciosa di sostenerlo, perchè s’assopisse, quietasse nel sonno l’inedia, lo struggimento del totale abbandono, l’affanno dell’intero esilio in cui s’era perduto.