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Simpatia 111


l’animo di Celso a una virtù che lui, povero vecchio, aveva sentita senza rendersene ragione. Era la stessa sua virtù istintiva: bontà e forza.

***

E quel giorno Leonardo si ammalò. La notte la casigliana che abitava una stanzaccia attigua alla sua l’udì tossire e vaneggiare. Faticosamente, nei giorni dopo, egli scendeva e saliva le ripide scale: sedeva sui gradini e, sorpreso, fingeva di star là a perdere il tempo; per non parer mal ridotto, cantarellava piano piano. La tosse lo riassaliva secca, soffocante.

Celso che non dubitava fosse ammalato, non veniva in paese; preferiva far all’amore ai Casetti con la bionda. Rincasando, però, dimandava ogni volta: — E Leonardo non s’è visto?

Arrivò all’Olmello un pomeriggio. Con la tosse, sudato, affannoso, affranto.

— Il ragazzo dimanda di voi — l’Assunta gli disse. — Lui sorrideva. Chiese delle uova.

Di ritorno col cesto, l’Assunta gli disse anche, senza piangere, che il ragazzo presto ripartirebbe. Senza piangere! E Stefano quel giorno parlò di molte cose. Stefano parlò!

Ma il vecchio non aveva nemmen più la forza di meravigliarsi. E se avviandosi si fosse voltato indietro, avrebbe scorto il contadino scuotere il