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152 Adolfo Albertazzi


gusto degli abiti ideati e talvolta, per saggia economia, rimodernati da lei stessa.

Parlava Michele? Oh che uomo da compiangere! E via e via per l’argomento preferito: l’infelicità domestica e coniugale. Sua moglie era una somma di difetti. Sempre di malavoglia, sempre sarcastica, nervosa, dispettosa. Lui, povero martire, faceva di tutto per contentarla, e senza lamentarsi: cure, regali, vesti, cappelli, gioielli; e, in compenso, raffacci, scenate di gelosia, litigi, disperazioni. Una vita impossibile!

Ma mentre l’uno si sfogava impavido, l’altro ascoltava paziente secondando solo a monosillabi — Ah! ~ Eh! — Già! — Uh! —; a sorrisi o a sospiri. Nessuno dei due tentava di contenere le esagerazioni dell’amico, nè osava dargli torto per il segreto timore di perdere a sua volta quella piena accondiscendenza; non dava ragione e non compiangeva o non invidiava apertamente come per un ritegno di pudore. Tutt’al più Varni, contemplandosi nella specchiera all’opposta parete e profilando i magnifici baffi, mormorava per assenso di compianto: — destino! —; e Bragozzi, quando toccava a lui, raccoglieva lo sguardo smorto e smarrito a considerarsi le scarpe e mormorava per assenso ed invidia: — fortuna! — . Eran le parole che tornavano, a vicenda, più grate.

Se non che a poco a poco cessarono anche di approvarsi così. Michele Bragozzi già pensava dell’amico tanto fortunato: «Imbecille! o s’illude o