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92 Adolfo Albertazzi


a casa e gli confidavano le materne ansie, ed egli ne ammirava l’affezione; le consolava. Capitavano manzoli o puledri irrequieti, ed egli ne rimproverava i capricci; li esortava ad esser bravi. Capitavano vecchie rozze, e il dialogo assumeva una simpatia fraterna.

Se per improvviso miracolo uno di quei buoi o di quei cavalli o di quegli asini avesse acquistata davvero la favella, a discorrere con lui non avrebbe potuto usar modi e toni diversi da quelli che egli gli attribuiva.

Nè avrebbe inorridito, Mattucco, al fenomeno mostruoso: gli sarebbe anzi parsa la cosa più naturale del mondo, appunto per quell’intima cordialità di rapporti fra lui e gli animali.

Rari i malintesi; e dopo, più amici di prima!

Per poco non gli toccava la cornata, o il calcio, o il morso che era rivolto a una mosca proterva o a un’ombra fugace o a un’avversione istantanea? Chiarito l’equivoco, subito la pace era fatta; sancita, magari, da un bacio.

Gli uomini, invece!

Sempre in guerra: sempre accuse, provocazioni, proteste, minacce, offese, violenze. Senza tregua, mai, dalle osterie, dal mercato, dalle strade, dalle case giungevano all’orecchio dello scemo voci d’irosi dissidi, di contratti stentati, di promesse strappate a forza, di inganni scoperti a caso; di frodi; di tradimenti; d’infamie; e nel suo cervello, sì -tenero alle apparenze e alle sensazioni della vita estranea, la turbolenta umanità si confondeva