Pagina:Albertazzi - Vecchie storie d'amore, 1895.djvu/26

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12 il valletto ostinato.


te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n’avrebbe almeno almeno compassione.

Ugo con tutta l’anima bevve le parole buone ed esclamò: — Madonna Ginevra, ecco colui! Colui sono io! Quanto ho patito per voi! Aiutatemi, madonna!

La dama non rise; non credè che il ragazzo volesse burlarsi egli di lei perché gli scorse la passione in faccia, e indispettita d’essersi lasciata cogliere e offesa dall’audacia del valletto, gli gridò: — Ah, ma tu sei matto! Che vai cicalando con le tue fole? Che so io de’ tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa t’ho risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!

Stordito, gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse; pure, nel tumulto della mente, ebbe forza di cercare in un’idea la suprema invocazione alla pietà della dama, l’affermazione estrema del suo amore e una minaccia quasi di vendetta all’acerbità di lei, e disse: — Voi mi sgridate così e la colpa è vostra, che m’avete ferito così.