Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu/18

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12 rime

     25Che dir, che isdegno né ragion mi mova
a odiarti, ingrata Mirzia, in cui
mie dolor o servir pietà mai trova?
     O più, più volte beato colui,
che a fuggir o rinvenir errori,
30divien più saggio dal dolor d’altrui!
     Udite, giovinetti, i nostri ardori.
Vedrete le miserie degli amanti:
poi prendete arte, vita, opre migliori.
     Noi seguiamo e’ lacrimosi canti,
35di doglie e d’ira carchi:
seguiam cantando e’ cominciati pianti.
     I’ mi godea aver pensier mie scarchi
da e’ grievi imperi con che Amor ne fiacca,
e gioco m’era tutti gli altrui incarchi.
     40Gir come cerva assetata e stracca 40
già vidi amante che languendo errava
fra gli aspri lacci ch’ognor più l’atacca.
     Io fingea cagioni, i’ l’arestava,
i’ mi godea di suo pene: io
45quel che in me soffro, in altrui beffava.
     Oimè! ch’or sono a mal mio grado pio,
ed èmmi in noia ogni fronte austera,
e chi meco non piange el dolor mio.
     Amor mi t’ha suggetto, o Mirzia altera,
50in’iusta, crudel, ingrata. O stolto
chi per donna servir merto mai spera!
     Che fia, Amor, di me, or che m’hai isvolto?
Amore spiatato, trionfa, godi,
s’or piango e’ lacci ch’i’ beffava isciolto.
     55Potrò io che sgroppar mai questi nodi?
Potrò io che fuggir mai chi mi sdegna?
Ma vinci. Amor, che d’ingiuriar ti lodi;
     Vinci, feroce, vinci; mostra, insegna
quanto abbian forza le tue fiamme e strali,
60poi che tuo furia in chi ama regna.