Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu/188

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182 profugiorum ab ærumna

m’avvenne che non solo me acquetai in mie agitazioni d’animo, ma e ancora giunsi cose rare e degnissime di memoria. E talora, mancandomi simili investigazioni, composi a mente e coedificai qualche compositissimo edificio, e disposivi più ordini e numeri di colonne con vari capitelli e base inusitate, e collega’vi conveniente e nuova grazia di cornici e tavolati. E con simili conscrizioni occupai me stessi sino che ’l sonno occupò me. E quando pur mi sentissi non atto con questi rimedi a rassettarmi, io piglio qualche ragione in conoscere e discutere cagioni ed essere di cose da natura riposte e ascose. E sopratutto quanto io provai, nulla più in questo mi satisfa, nulla tutto tanto mi compreende e adopera, quanto le investigazioni e dimostrazioni matematice, massime quando io studi ridurle a qualche utile pratica in vita; come fece qui Battista, qual cavò e’ suoi rudimenti di pittura e anche e’ suoi elementi pur da’ matematici, e cavonne quelle incredibili preposizioni de motibus ponderis. Non voglio estendermi in recitarvi di me quello che in me possano queste arti matematice; né voglio insistere a persuadervi quel che io stimo per miei detti di sopra esservi persuaso. Tanto solo v’affermo: cosa niuna più giova a espurgare ogni tristezza che immettersi in animo qualche altra occupazione e pensiere. Confesserovvi di me stesso, a me non rarissimo intervenne ch’io, posto in mezzo dove erano alcuni invidi, procaci e temulenti, de’ quali più d’uno con vari stimoli e aculei di parole per incitarmi ad ira di qua e di qua mi saettavano, stetti parte sì occupato ad altre mie investigazioni, parte ancora sì disposto a nulla curarli più che se fussero quel corvo che salutava Cesare, o quel psittaco che gridava chere, chere, che io nulla udiva, nulla vedea, nulla sentiva altri che me stessi; meco ragionava, meco repetea miei studi e vigilie, e a me stessi intanto promettea buona grazia e posterità. Quinci pensate voi quali siano gli animi più pieni che ’l mio di maravigliosa investigazione. M. Marcello presso a Siracuse comandò a’ suoi armati che in tanto eccidio di sì nobile terra servassero quello Archimede matematico, quale difendendo la patria sua con varie e in prima non vedute macchine e instrumenti bellici, aveva una e un’altra volta perturbato ogni ordine suo e rotto l’impeto di tanta sua ossi-