Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu/21

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rime 15

     quanto sera’ tu, quanto più beata,
se sapra’ farti amar più che temere!
135Bellezza è men che cortesia lodata.
     Non sien ingrate mai né sian severe,
àbbian pietà degli infelici amanti,
chi spera laude di bellezze avere.
     Ricominciamo e’ lacrimosi canti,
140pien di lamenti e stridi,
seguiamo e’ nostri dolorosi pianti.
     Ma, stolto, qual cagion voi ch’io mi sfidi
d’Amore, di Mirzia, e di me stesso?
Anzi, il mio servir voi ch’io mi fidi.
     145Vidi salir servendo uom già dismesso,
né mai fu bella di pietà mai priva;
e un tardo amor gir lieto vidi, e spesso
     fronda appassata rivenir più viva,
e un grieve tronco che lo isvelse il fiume,
150con l’onda che ’l rapì rigir a riva,
     e in vecchio augello giovinette piume;
e fiamma ho vista sostener più venti,
poi ravivarsi onde si spense el lume.
     Speriamo, adonque, fine a’ mie tormenti.
155Serviam sperando, infelici amanti:
miserie Amor soffrir c’insegna e stenti.
     Finiamo, adonque, ornai e’ nostri pianti,
posiam la lira, il plettro, e’ lamenti:
diànci a più lieti e più soavi canti.