Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/203

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ECATONFILEA


Parmi officio di pietà e di umanità, ove io in una e un’altra di voi, bellissime fanciulle, veggo più segni d’animo oppresso da gravissime cure amatorie, ivi con quanto in me sia arte e ingegno renderle a voi facili e leggere. E testé vedendo parte di voi, figliuole mie dolcissime, sostenersi la fronte con mano e le tempie, parte compriemersi le braccia al petto, parte sospirando aggiugnersi le palme al viso, parte qui e quivi per tutto questo teatro avere gli occhi solliciti come a riconoscere fra la moltitudine quello uno amato quale voi aspettate e molto desiderate vedere, qui non posso io non avere pietate di chi così conosco essere in quelle pene in quale io tempo fu men dotta ad amare languendo vivea. E benché in voi sia ottimo ingegno e singulare prudenza a ben reggersi amando, non però dubitate, giovinette ornatissime meno di me in questo esperte, che da me udirete cose quali vi sarà gratissimo e utilissimo avermi ascoltato. Niuno si truova ottimo medico quanto colui il quale si ricorda giacere in quella infermità quale ora vuole levare ad altri. Io per insino a qui tra i miei e altrui amori già mi truovo avere senza pentimento alcuno saziato il desiderio mio con uno più che cento amanti, tale che a ogni autunno poss’io annoverare due amori. Onde per questo e’ litterati uomini, quali sopra gli altri sempre a me piacquono, me fra’ loro privati e amorosi ragionamenti appellano Ecatonfilea. Dicono vuole dire cento quali io con mie compagne abbiamo goduti amori. E ora in me aspetto sopra cento il secondo triunfo nei solazzi e dolcezza dello amore. Pertanto, anime mie, vezzi miei, mentre che i mimmi e personaggi soprastanno a venire qui in teatro,