Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/204

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ascoltate, quanto fate, con diligenza e molta attenzione me in questa arte ottima maestra e cupida di rendervi molto erudite, e imparerete finire i vostri amori con infinito piacere e lietissimo contentamento, senza timore o dolervi di sinistro alcuno caso quale nello amare possa seguirvi.

In tutti i miei amori propii, quali sino a qui sono stati non più che tre, e in quelli ove io inframisi mia opra e industria, mai se non del primo ebbi per mia imprudenza troppo da dolermi o da pentirmi di cosa alcuna. Fu il primo amore mio in quella età giovinetta, quando io troppo stimava ogni mia bellezza, e più pregiava vincere mie garuzze e prove che aggiugnere a quella una cosa, per quale sola me io adornava e molto studiava mostrarmi bella e dilicata. Ma di questo sempre poi molto rendetti grazia a te Venere, a te Cupido, che in quello primo amore mio, in que’ miei giovenili errori desti a me amante prudente, modesto, vertuoso, pietoso, sofferente, e in ogni laude ornatissimo, dal quale io imparai quello che troppo giova, amare copertissimo e sanza alterizia, di dì in dì emendando e’ miei errori e sempre più conoscendo cose ad amare perfettissime certo e necessarie, persino a recitare prolisse istorie con gli occhi solo e cogli sguardi. Felice amata qualunque che così si truova fortunata d’uno simile fedelissimo e amantissimo amico. Dolce amore, dolce spasso, dolce quel primo ardore, el quale porga a chi ama piacere insieme e dottrina a molto contentarsi. Mai cade dell’animo uno primo vero e bene apreso amore. Né si può dire quanta suavità e quanto gaudio sia da infinite parte in qualunque vero amore. Ma certo nel primo troppo sono smisurate le dolcezze e letizie nostre, se già, quanto spesso interviene, non le perturba che noi femine, quale era io leggera e giovinetta, troppo siamo sdegnose, e troppo stimiamo ogni minima nostra gara. Stolte noi! Quante voluttà maravigliose perdiamo in pruova, e quanto dipoi sole e in palese piangiamo la nostra durezza! Né prima, nostro difetto, in noi mancano i nostri continui dolori se non quando con nostre molte lagrime rendiamo maturo e trattabile el duro animo nostro e acerbo. Giova adunque sapere senza alterigia e sdegno amare. Ma raro accade potere senza acerbità continuare i principiati