Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/215

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e presa gara. E fate quale il mio pietosissimo signore nel mio primo amore a me insegnò così schifassi e diponessi tanta avversità. Piacemi, fanciulle leggiadrissime, in qualunque cosa io possa, lodarvi quello uno solo, quale io conosco in ogni virtù e buona arte e in questa una in prima essere unico e prestantissimo maestro; né a voi stimo sia fastidio, se io lodando quel mio primo signore, quale io tanto amai e sempre amerò, vi seguo scoprendo miei antichi errori, in quali voi forse o sete cadute per imprudenza, o potreste poco dotte amando cadervi. Io, figliuole mie vezzosissime, perché troppo, anzi troppo no, né si può troppo, no, amare chi v’ama, ma amava, giovinetta semplice, inesperta, altiera, per questo, trista a me, per ogni minima cosa sospettava e mi sdegnava. Era il mio signore bellissimo, eloquentissimo, virtuosissimo, da molte spesso chiesto e chiamato, lodato, amato. Ohimè, quali erano per questo i miei dolori! Ove io stimava qualunque lo mirasse subito se lo rapisse, mai era secura né di animo non pieno d’infinito sospetto se non quanto in mia presenza il vedea. E ivi ancora desiderava qualunque altra femmina più d’una volta il rimirassi, quella subito accecassi. Io mai me saziava molto fra me lodarlo, fiso tenendo sempre in lui miei occhi fermi e mente. Quando e’ rivenia a salutarmi, niuna più di me essere potea lieta; quando sen giva salutatomi, niuna più di me stare potea mesta e dolente. Né so come la mia troppa verso di lui fede me a me stessa facea essere sfidata. Seguì il nostro amore più tempo, benché da vano sospetto spesso molestato, pur voluttuosissimo e dolcissimo, onde me per questo reputava, quanto io certo era, fra l’altre felicissima, godeva, e quanto poteva, a me prendeva sollazzo e giuoco. Secondoronmi così più giorni pur lietissimi e pieni di maraviglioso gaudio, persino che, nostro infortunio, non so quale io vidi, non però indegna d’essere amata, porgersi al mio signore troppo, come allora giudicai, familiare e con parole amica. Subito, oi, oi, trista a me, come da mortale colpo percossa, caddi in tanto pallore nel viso mio e in tanta tristezza nel mio fronte, e nel mio animo in tanto dolore, che ’l signor mio presente, quasi vinto da pietà, - savio che ben conosceva dove questa piaga al nostro amore fussi pericolosa e mortale, - lacrimò e partissi addolorato. Io