Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/229

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DEIFIRA


Pallimacro. E quanto stimi tu sedere dentro a me grave quel dolore, el quale ancora tanto prema chi da lungi il mira? Quello incendio certo conviene sia pur grandissimo, il quale dentro a più muri inchiuso ancora nuoce a’ prossimi edifici. E non volere, Filarco mio, da me ora quello che la fortuna mia tanto iniqua mi vieta ch’io possa. A me conviene avvezzare me stessi a quello in che omai, mentre che io viva, sarà necessario continuo essercitarmi, acciò che questo uso in me renda meno aspro quel che ora troppo m’è acerbo. Fuggono i sospiri miei altrove che ivi sempre essere ove in me arde il mio dolore; e le mie lacrime cadendo pel seno tornano onde furono premute al cuore. E questo mio dolore come cosa feroce e troppo mordace, quanto più dentro al mio petto starà rinchiuso e in oscuro nascoso, tanto forse dismetterà suo impeto e rabbia.

Filarco. Io, vedendo te così solo errare fra queste selve tanto afflitto, non potea, Pallimacro mio, non maravigliarmi molto, disiderando sapere onde in questo fronte tuo, sempre in altro tempo lietissimo, ora subito così fosse tanto indizio di superchio dolore. Tu giovine, bello, ricco, gentile, destro, virtuoso, e più che qualunque altro di tua età e fortuna amato da tutti e riverito; cognoscoti prudente, studioso, e in ogni laude e gentilezza tale, che io in me mai saprei desiderare felicità altra che questa, quale a te ave o la fortuna o la virtù tua concesso e acquistato. So quanto me stimi fra tuoi fidatissimi amici. Per questo a me parse o debito o licito richiedere da te che tu a me, come ad amico, imponessi parte di questi tuoi incarchi, quali così te atterrano in tristezza