Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/249

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

deifira 245

a me fruttano aperte lacrime e dolore. E da quelle antiche tra noi dolcissime e vere dolcissime piacevolezze ora così per tua impietà mi truovo caduto in tanta miseria. Oh Iddio! Gli altri amando ricevono di loro fede qualche grazia, benivolenza e cortesia. A me solo, più che gli altri fedelissimo, in premio è dato sdegno, odio ed essilio. Addio, patria mia, addio, amici miei. Pallimacro, troppo fedele e troppo suggetto amante, fugge in terre strane a vivere piangendo in essilio. E tu, Deifira mia, ora sanza me che vita sarà la tua? Chi verrà a salutarti? Chi tornerà spesso a farti lieta? Chi seguirà te molto amando? A chi ti porgerai tu ornata? Chi ti loderà? Chi quanto io mai ti renderà onore? Tu, giovinetta e bella, sederai fra l’altre sanza avere chi molto pregi le tue bellezze, o te piacerà donare a nuovi amanti, poichè tu così hai a torto escluso e gittato chi te più che se stesso amava, ama e sempre amerà. Addio, Deifira mia. Io ne vo in essilio, nè so del tornare.