Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/258

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254 de amore

di vera amicizia, però tu non in tutto temerario ritemevi trascorrere in cosa meritassi biasimo, se poco da te fosse servata integrità e fede verso tuoi amici, quali a te sono, e a ogni liberale ingegno troppo sempre furono, carissimi. Né meno, se io bene te cognosco prudente e molto discreto, a te dolea così la fama di chi tu ami fusse per cadere in voce di molti ivi maledici rimiratori; e così più e più cose per suo più che per tuo rispetto non volesti, quale tu troppo desideravi. E se pure qualche assai coperta e ben sicura occasione ti si prestava, fu mai alcuno tuo gaudio amatorio non brevissimo e pieno d’infinita paura e certissimo pericolo, tale che poi te stessi di troppa audacia tua e temerità accusi e penti? E così in te mai non mancheranno queste e più altre assai molestie, quale sarebbe lungo perseguire: dure espettazioni, molesti desideri, poco, raro e brevissimo gaudio, triste recordazioni, continuo sospetto e grave dolore.

Tu qui forse teco dirai degli uomini alcuni più essere che gli altri d’animo forte e robusto a più leggiere portare queste gravezze amatorie. E forse come altre volte, così testé a me risponderesti te con le parole quale usava dire io, solo e con guardi amare dilettarti e ’l vedere, ragionando costumato e con gentile onestà appresso di chi a te si mostra grata e dolce affezionata. Niuna cosa può a me parere meno dubbia che te essere d’animo rettissimo, fermissimo e valentissimo, di ingegno nobile e quasi divino, ornato d’ogni civiltà e costume. Ma non però qui lasserò te, dalle grandi fiamme e ardori d’amore abagliato e occecato, essere cauto meno che a te bisogni. Paulo mio, stima questo essere da me in vera e buona parte ditto. Guarda, per Dio, a te non intervenga come intervenne al nostro Pallimacro, quale non sanza necessaria e utile cagione mostrando sé esser non freddo, a chi poi, dove ello così fingendo e con arte simulando sé misero accese e arse, la sua Deifira avea, iniqua e ingrata verso di lui imparato essere di marmo. Tristo Pallimacro, che tanto piange il suo non meritato infortunio e male, che tanto si duole della sua grandissima ricevuta iattura, in quale ruppe il prospero e felice allora corso de’ suoi studi a meritare migliore fortuna e gloria, e perdette sé stesso a servire quello superbo, ostinato, crudele e sempre in peggio volu-