Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/267

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de amore 263

ingiusti, iniqui, ingrati, pieni di falsità e fellonie, pure non doveresti tu, Paulo mio, qualche volta conoscerti uomo, e avederti di tanto errore, che tu, uomo d’animo altrove erto e prestantissimo, nobile, litterato, virtuoso, quale recuseresti in te qualunque fussi altro più degno imperio e signoria, ora così perseveri in non fuggire d’essere suggetto a una femmina, quale te poco pregi e goda straziarti? E quand’ella bene te sanza misura amassi, quand’ella te con ogni sua opera, industria e arte volesse essere amplissimo, che potrebbe ella agiugnere alla fortuna, alla fama, alla autorità, alla dignità, alla virtù tua? Nulla, certo, nulla se non biasimo e singulare infamia e capitale inimicizia con tutti e’ suoi, come nell’altre mie lettere disputammo. E che potrebbe ella mai darti piacere, quale a una minima parte de’ tuoi per lei sofferti danni e affanni satisfacesse? Che diletto, che sollazzo, non pieno di molta inezia e levità, non carico di sospetto, assediato di paure, rotto da mille infortuni, al tutto e brevissimo? Eh sì, potrebbe questo sì darti: copia di suoi leziosi guardi e lascivi sorrisi e scilinguate risposte. Hui! cose utilissime a bene e beato vivere; cose preziosissime certo e da tenerle care! Parti poco, dopo tanta da te sofferta miseria, irtene a letto con un guardo più che ieri, quale a te porse una vana e falsa femmina? E potrebbe ancora, non ti niego, farti più beato, rinchiuderti in qualche luogo mal netto e peggio odorato, e ivi lasciarti assetato tanto pure che ella deliberassi ridendo e beffandoti solo dirti: «Abbi pazienza».

Aimè, Paulo mio, stima quello che certo puoi e debbi stimare, noi in questa materia amatoria avere preterite e interlassate più e più cose per non essere teco men che l’usato verecundo e in ogni mio parlare nitidissimo. E fa sì che tu non paia ostinato in dedignare la tua libertà e dolce ozio, né io paia sì di pochissima autorità presso di te e sì in tutto nudo d’eloquenza in questa causa a ogni dotto ingegno copiosa d’argomentazioni e facilissima a convincerla, che queste mie lettere poco te abbino commosso ad assentirmi con opera, come estimo pure credi col tuo animo ciò che da me sia scritto di sopra, tutto uscire da buona fede e vera amicizia, di quale a te mi piace reputi me molto affezionato. Così te aviso alla nostra amicizia da te nulla più potere essere grato ed