Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/275

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sofrona 271

proponete cosa, mai dubitai; e ancor vive chi me così essere ne fece certo. Ma non mi persuadeva tanto durare in donna virile animo, che non dubitando darsi a’ suoi molesta, stesse ostinata perseguendo e’ suoi diletti; dove a simili imprese pure oltre al riguardo grandissimo si debba tempo e lunga fermezza, e cosa niuna tanto si tiene occulta, quale el tempo non iscuopra.

Sofrona. O inetto letterato! Se sapremo, quanto certo sappiamo, essere signore de’ nostri mariti, stimi tu aremo da pensare altro che di comandarli? Eh, lievati quella oppinion dell’animo, che tu creda ne’ nostri incetti non essere molto ostinata fermezza. Ben so io che tu conosci chi uno intero inverno simulando durò costante; mostrò al tutto fuggire quello ch’ella appetiva, per potere a primavera fiorire e fruttare le voglie sue. Così credi, noi tutte volendo sappiamo: e basti questo della prudenza e costanza nostra. Potrei dirti de’ costumi nostri, delle bellezze e de’ nostri abiti quali tu vituperi in quella tua epistola, se io non vedessi con opera li lodi; ché quando e tu e gli altri intoppate in qualche ornata fanciulla, vi fermate, e veggovi diventati statue balocche; e che qui qual di voi co’ nostri ornamenti vestito non paresse un mostruo, dove noi a voi sempre paremo dee. Ma che fo io? Traduco io me in altro ragionamento: lodando noi, rest’io biasimar te. —

Qui io sorrisi, e parsemi luogo a dedurmi da Sofrona e da quelle seco ragunate donne, e dissi di dar opera ch’elle intenderebbono questi loro meco ragionamenti averli giovato, in tanto ch’io, quando che sia lodandole, accuserei me aver errato, se mai non molto le ornai quanto le meritano. Parti’mi.