Pagina:Alberti - Della architettura della pittura e della statua, 1782.djvu/241

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libro nono. 219

DELLA ARCHITETTURA

di

leon batista alberti

libro nono.


Che e’ si debbe aver rispetto in tutte le cose, et massimo nella Architettura, alla utilità, et alla parsimonia; et de gli adornamenti de la casa Regale, Senatoria, et Consolare.

cap. i.


EGli è di necessità che noi ci ricordiamo che de gli edificii de privati, alcuni servono per habitare nella Città, et alcuni per le ville; et di questi ancora alcuni si appartengono a Cittadini di più bassa mano, et alcuni a Cittadini più nobili, et più splendidi; et noi habbiamo a trattare de lo adornare tutti questi, ma prima voglio che noi discorriamo di alcune cose che fanno a questo proposito. Io veggio che appresso de nostri Antichi a gli huomini prudentissimi, et modestissimi piacque grandemente, si in tutte l’altre cose et publiche, et private, si ancora in questa cosa del murare, la temperanza et la parsimonia, et truovo, che e’ giudicarono che e’ fussi bene levar via et rafrenare ne Cittadini per tal conto ogni strabocchevole, et soverchio spendere, et che eglino proveddono a questa cosa et per via di leggi, et per via di comandamenti con ogni industria, et diligentia, si che appresso di Platone erano approvati coloro che havessino ordinato per legge quel che io dissi altrove, che nessuno conducesse pitture di nessuna sorte, che fussino più belle, che quelle che si trovavano ne Tempii de gli Dii dipinte da gli Antichi; non volle che il Tempio si addornasse d’altra pittura che di quella una sola, che un sol pittore potesse fare in un sol giorno, et voleva che le statue medesimamente de li Dii si facessino solamente o di legno, o di pietra, et che il bronzo o il ferro si lasciasse per i bisogni de la guerra, de la quale erano instrumenti. Demostene lodava molto più i costumi de suoi Atheniesi antichi, che e’ non faceva quegli di coloro che erano al tempo suo; Conciosia che e’ diceva che egli havevano lasciati loro una infinità di edificii publichi, et massimo Tempii tanti, et tanto magnifici, et tanto bene adornati, che e’ non gli era rimasto luogo da potergli superare. Ma feciono gli edificii privati con tanta modestia, che le case de più honorati Cittadini non erano molto dissimili da quelle de Cittadini più mediocri, di maniera che infra i mortali par che eglino ottenessero di esser quelli che superassino la invidia con la gloria. Ma a Lacedemoni non pareva già che costoro fussino da esser lodati, conciosia che egli havessino abbellita la lor Città più tosto mediante la mano de gli artefici, che mediante la gloria de le cose, et gli pareva di meritare più lode di loro, perche gli havevano addornata la Città loro di virtù più che di muraglie. Non era lecito appresso di loro secondo le leggi di Licurgo havere i palchi lavorati altrimenti che con la scure, et le porte con la sega. Havendo Agesilao vedute in Asia alcune travi riquadrate nelle case, se ne rise, et gli dimandò se per avventura fussino di lor natura nate quadre, e’ l’harebbono fatte tonde et bene certo: Conciosia che ei pensava secondo quella antica modestia de suoi, che le case de privati si dovessino edificare secondo la necessità, et non secondo la maiestà,

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